Perché il mio è un NO cosciente e costruttivo

© Edited by MATTEO CALAUTTI
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Con la giornata di oggi si conclude la sanguinosa battaglia elettorale del referendum costituzionale del 2016. Finalmente, potremmo dire. Una battaglia senza esclusione di colpi, spesso combattuta con tecniche e forme propagandistiche spietate, come raramente si era visto. Perché ciò? Ovviamente a causa dell’oggetto della riforma costituzionale: la Costituzione.

Sono state innumerevoli le chiavi di lettura di questa battaglia referendaria. Da un lato chi ha sponsorizzato una decisione in funzione del diktat del partito di “appartenenza”, dall’altro chi ha parteggiato per andare contro allo schieramento politico antagonista. Da un lato chi ha evidenziato gli aspetti negativi della riforma tacciando gli avversari di autoritarismo, dall’altro chi ha risposto evocando «gufi» ed immobilismo. Sono state poche, invece, le chiavi di lettura nel merito trasversali. In un simile contesto di dibattito politico, sono queste le ragioni che mi hanno spinto a votare NO al suddetto referendum. Ragioni che evidenziano difetti che considero ben maggiori in valore assoluto rispetto ai pregi di cui questa riforma in parte gode.

Sì, si tratta di una lettura personale, questo è ovvio. Ma di una lettura personale che si avvale dell’utilizzo di dati e fatti. Questi sì, inconfutabili.

1) Si può essere favorevoli al superamento del “demoniaco” bicameralismo perfetto anche senza esser favorevoli alla riforma costituzionale di Maria Elena Boschi. Senza entrare nel merito dell’elezione dei nuovi senatori, si può non essere d’accordo ad avere degli esponenti della politica territoriale dentro un’istituzione pubblica come il nuovo Senato, con tanto di rimborsi spesa? Non sarebbe meglio, piuttosto, che tali esponenti siano esclusivamente concentrati sul loro nuovo incarico pubblico? D’altronde, se il Senato non è stato definitivamente abolito, significa che avrà ragione di esistere.

2) Anzi, entriamo nel merito. Certo, è vero che se un consigliere regionale diventa un membro del nuovo Senato significa che prima sia sicuramente stato eletto dal popolo, seppur come consigliere. Sì, ma il popolo l’ha eletto per fargli svolgere il lavoro di consigliere regionale al meglio delle sue forze, non in maniera part time godendo di immunità parlamentare. È vero, Renzi ha annunciato che è pronta una proposta di legge secondo cui sulla scheda elettorale regionale potranno essere indicati i consiglieri che andranno a fare i senatori, a mo’ di preferenza. Una legge non ancora discussa in Parlamento ed eventualmente destinata al post referendum. Ma non era meglio definire questa tematica prima del voto? Non era meglio proporre l’elezione dei nuovi senatori a prescindere ascoltando le critiche provenienti da più parti politiche? Non è forse normale essere malpensanti se viene accettato questo compromesso quando i sondaggi richiederebbero una rimonta in extremis? Un compromesso, peraltro, interno ad un partito di governo in cui una solida parte voterà NO.

3) Non sarà quindi un problema di rappresentanza politica in Parlamento? Se oggi ci fosse veramente una legge elettorale che, come sostenuto dal Governo a proposito dell’Italicum, sia rispettosa dei dettami della Corte Costituzionale e che veramente regali all’Italia un vincitore vero la sera stessa delle elezioni, dove starebbe il problema? Perché non estenderla al “vecchio” Senato se garantisce veramente «un vincitore la sera stessa delle elezioni»? Se un partito gode della maggioranza alla Camera dei Deputati e nel Senato “vecchio” non può far altro che governare al massimo delle sue possibilità se veramente lo vuole. Non c’è bicameralismo perfetto che tenga. Tutto il resto sono solo chiacchiere.

4) Sono stati tre i cavalli di battaglia del fronte del SÌ durante questa campagna referendaria: il risparmio, semplicità ed efficienza. Per quanto riguarda il risparmio, la Ragioneria di Stato su richiesta della stessa Boschi è stata emblematica: risparmio ammonterebbe a circa 60 milioni di euro, ovvero una cifra che secondo i dati riportati dai media si sarebbe potuta ottenere con un banale taglio del 15% degli stipendi dei parlamentari. La stessa cifra, su per giù, che si raggiungerebbe se ognuno dei 60 milioni di italiani donasse contemporaneamente la quantità di denaro corrispondente ad un caffè al bar. 

5) Per quanto riguarda la semplicità, secondo un gruppo di 56 costituzionalisti ci sono 22 categorie di norme che rimarrebbero bicamerali per quanto riguarda l’iter legislativo, con procedure diverse a seconda delle materie. Per non parlare poi degli enormi conflitti di attribuzione sollevati dagli esperti, con situazioni tutt’altro che nitide. Per esempio, in alcuni casi di leggi bicamerali sarebbe prevista l’ultima parola ai presidenti delle due Camere. Ma, se la matematica non è un’opinione, essi sono due e quindi in numero pari. Come si può prendere una decisione definitiva se non si è in numero dispari?

6) È indubbio che un sistema monocamerale ben fatto sia probabilmente più efficiente di uno bicamerale a parità di qualità dei membri del Parlamento. Ma siamo sicuri che sia veramente necessario ritoccare il bicameralismo perfetto in Italia? Definito dal Premier in maniera mediaticamente astuta come “bicameralismo paritario” (guai a definirlo “perfetto”), non è stato forse una sorta di schermo protettivo per norme troppo ad personam? Non ha forse permesso di studiare meglio leggi spesso scritte male, vuoi per competenza vuoi per astuzia? Veramente il fatto che un Governo debba avere la fiducia in due Camere ed il fatto che una legge debba essere approvata dalle stesse in egual modo costituiscono un così enorme deterrente per il processo democratico? È vero, la Legge Fornero nel 2011 è passata in una ventina di giorni nonostante il bicameralismo perfetto, ma si trattava di un Governo emergenziale come quello presieduto da Mario Monti. Ma lo stesso non vale per il Lodo Alfano del Governo Berlusconi IV e per la Legge Boccadutri del Governo Renzi, entrate nel Gazzettino rispettivamente nel 2008 in circa venti giorni e nel 2015 in circa un mese e mezzo. Quindi è un problema di frizioni o di volontà?

7) E la famosa stabilità? Come si può parlare di stabilità con un “nuovo” Senato la cui maggioranza politica interna può variare in funzione del mandato politico territoriale dei suoi membri?

8) Il messaggio di fondo, poi, non è dei migliori. Il Governo che attualmente sta sostenendo (praticamente da solo dal punto di vista elettorale, e non nella sua interezza) è il terzo Governo consecutivo non frutto di un voto popolare, bensì frutto di un Parlamento i cui componenti sono stati eletti con un sistema elettorale, il Porcellum, definito dalla Corte Costituzionale come illegittimo. Sì, è vero che nonostante ciò la stessa Corte abbia anche dichiarato che il Governo sia comunque perfettamente legittimato a legiferare. Ma non esiste solo il contenuto, bensì esiste anche la forma. Non sarebbe stato meglio rimandare ad un altro esecutivo una riforma costituzionale di questa portata, con 47 articoli della Costituzione ritoccati?

9) Perché il popolo non può essere relegato ad un ruolo di controfigura. È vero, sulla questione delle firme necessarie per richiedere un referendum si è fatta della disinformazione. Rimane a 500 mila il numero di firme necessarie per ottenere il voto, con il solito quorum che coincide con la maggioranza degli aventi diritto al voto. La riforma costituzionale, inoltre, regala pregevolmente la possibilità di abbassare il quorum al 50% + 1 del numero degli elettori alle Politiche precedenti al referendum in caso di presentazione di 800 mila firme. Aspetto veramente positivo, se non fosse che invece sono state triplicate le firme necessarie per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare, da 50 mila a 150 mila. Ecco, forse non il miglior messaggio possibile.

10) «Quella del NO è un’accozzaglia di forze politiche differenti». È vero, quella del NO è un’accozzaglia di forze politiche differenti. Così come lo era l’Assemblea Costituente che elaborò la nostra Costituzione. E male che vada (o bene, a seconda dei casi), rimarrebbe intoccata con gli aggiustamenti ed accorgimenti fatti negli anni.

11) Con il «meglio cambiare qualcosa piuttosto che stare fermi» ed il «voto SÌ anche se…» non si rivoluziona la Costituzione. Si può dare una svolta alla propria giornata. Si può decidere di cambiare una lavanderia se si pensa che non lavi bene i nostri indumenti. Si può perfino cambiare il chiosco in cui si comprano abitualmente gli hot dog. Ma non si può assolutamente modificare l’apparato sul quale si regge il sistema politico italiano, e quindi la nostra vita. Un sistema che non è perfetto, che può esser riformato e che probabilmente è giusto ritoccare. Ma il tutto va fatto con criterio, attuando modifiche che mantengano il sistema “blindato”, senza fraintendimenti.

12) La battaglia è stata asprissima, ma toccare (seppur indirettamente) tematiche delicate come malattie e terrorismo per raccattare voti è un pessimo biglietto da visita per un Governo, che probabilmente in una situazione normale non dovrebbe neanche partecipare attivamente alla campagna referendaria.

13) Al netto di tutto ciò, questa riforma costituzionale costituiva veramente una necessità impellente (come fatto passare mediaticamente dal Governo) oppure si potevano concentrare forze e risorse in ambiti ben più urgenti? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Matteo Calautti
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Studente genovese di Scienze Internazionali e Diplomatiche, nonché "minor" di pallacanestro. Appassionato di sport in ogni sua forma e colore. Esterofilo e curioso osservatore di politica e attualità. Tra le altre, collabora anche con Londra Italia, East Journal, con la rivista di Ingegneria di Genova, con la trasmissione televisiva Dilettantissimo e con Io Gioco Pulito, l'inserto sportivo de Il Fatto Quotidiano. Infine, ha fondato anche Liguria a Spicchi, Il Calcio Portoghese e Dragoni d'Oriente, portali web dedicati rispettivamente alla pallacanestro ligure, al calcio lusitano ed al Leyton Orient.