Sulle bufale, sulla diffamazione, sulla censura e sui rimedi “educativi”

© Edited by MATTEO CALAUTTI
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Da giorni ormai il tema caldo è diventato quello che viene definito come effetto collaterale del web. C’è chi dice che su internet ci sia «troppa libertà d’espressione», chi afferma che «si affievolisca la differenza tra verità e finzione», e c’è infine chi vorrebbe limitarne le possibilità. C’è chi parla di bufale e c’è chi parla di diffamazione. Ma sono due argomenti ben distinti che necessitano dunque di soluzioni di diversa natura.

PUNTATE PRECEDENTI. Tutto è cominciato quando il leader del M5S, ha pubblicato un articolo sul Blog di Beppe Grillo in cui attaccava senza mezzi termini la stampa, intesa come cartaceo, web e TG. «I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene», affermava l’ex comico genovese, aggiungendo che «sono le loro notizie che devono essere controllate». La chiusura del pentastellato, nella quale propone provocatoriamente e superficialmente «una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie» è stata invece la più criticata:

Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo.

L’immagine utilizzata per l’articolo era un collage di due foto prese dal web, una contente un insieme di giornali italiani ed una contenente alcune icone di telegiornali, tra cui quella del TG LA7 diretto da Enrico Mentana. Il giornalista milanese, scottato per l’invettiva rivolta evidentemente anche alla sua redazione, pubblica un post di risposta sulla sua pagina Facebook in cui afferma che «fabbricatori di notizie false è un’offesa non sanabile a tutti i lavoratori del tg che dirigo», concludendo che «ne risponderà in sede penale e civile». Si alza così un polverone mediatico che, il giorno successivo, porta poi il leader politico a correggere il tiro. «Non se la prenda direttore», si legge in un altro post sul Blog di Beppe Grillo, «è stato fatto per “par condicio” per non far sfigurare troppo i suoi colleghi». L’ex comico aggiunge che «si trattava di una denuncia politica per criticare il sistema mediatico nel suo complesso», concludendo perfino augurandogli di «continuare a fare informazione che sia rispettosa della verità e dei cittadini ancora a lungo».

Infine, il direttore Mentana pubblica un post sulla sua pagina Facebook in cui afferma che «la rettifica (chiamiamola così) del m5s fa obiettivamente venir meno gli estremi per un passo giudiziario». «Mi sono mosso per difendere la reputazione del tg che dirigo da un’accusa grossolana e infamante per qualunque testata», continua Mentana, «sicuramente del tutto fuori luogo per il Tgla7». A pesare su questa scelta, come affermato dallo stesso direttore nei commenti, è stato il fatto che il logo del suo TG non sia stato messo «di loro iniziativa» in quanto collage già presente sul web, per esempio nel sito web TVBlog. Infine, conclusasi la querelle legale, il direttore esprime il suo dissenso circa la proposta provocatoria della «giuria popolare»: «Fuori dalla querelle legale resta un giudizio da parte mia duramente critico per l’idea delle giurie popolari […] Per me è solo un’idea sballata, concettualmente e fattualmente».

DUALITÀ DELLA QUESTIONE. Questi erano i fatti. Fatti che però portano ad una riflessione razionale su una tematica sulla quale si stanno esprimendo giornalisti, politici e intellettuali. Vanno posti dei limiti alla pubblicazione su internet? Prima di provare a ragionare sulle risposte, tuttavia, va sottolineata la differenza tra il problema della diffamazione e quello delle fake news. Due tematiche evidentemente collegate ma profondamente distinte. Andiamo con ordine.

DIFFAMAZIONE ONLINE. Il problema di fondo è il seguente: spesso le persone non sono coscienti della differenza tra diffamare privatamente una persona a voce e diffamarla pubblicamente sul web. Due fatti entrambi gravi, ma con valore assoluto nettamente diverso. Ipotizziamo che un certo Marco vada in una piazza a dire a Luca e Filippo che Andrea, sindaco della loro città, ruba i soldi dalle offerte nella chiesa locale. Certo, la gente che passa potrebbe ascoltarlo, ma non è automatico. Certo, Luca e Filippo potrebbero far circolare la voce, ma anche questo non è automatico. Conseguenza? Potrebbe così accadere che gli unici a conoscenza di questa voce rimangano solamente Luca e Filippo, magari senza credere a questa storia. Se invece Marco, anziché dirlo a voce, lo pubblicasse su internet? Potenzialmente non ci sarebbe modo per arrestarne la diffusione. La differenza sta proprio qua. Quindi non esistono discorsi del tipo «e vabbè è come se avessi detto una bischerata al bar con gli amici». Proprio no. È ora che la gente capisca che deve prendersi la responsabilità di ciò che pubblica sul web, senza nascondersi dietro al fatto che nella vita quotidiana sarebbe “diverso”.

LA LEGGE. Quale la soluzione quindi? Una soluzione possibile sarebbe applicare la legge, se non addirittura inasprendo le pene in caso di diffamazione sul web, tema dibattuto in questi anni ma su cui non si è ancora riformato. Il terzo comma dell’articolo 595 del Codice Penale recita così:

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.

Si ricorderanno tutti il caso del bambino siriano il cui corpo è stato trovato su una spiaggia turca di Bodrum nel settembre 2015. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo. Un tedesco la pubblicò con la becera didascalia «non siamo a lutto ma festeggiamo». Risultato? L’autore è stato arrestato con l’accusa di «diffamazione della memoria» del bambino morto e «incitamento all’odio». Perché in Italia, invece, un utente di Facebook può permettersi di scrivere «negra di merda» sotto una foto di Cécile Kyenge senza ritorsioni?

FAKE NEWS ED ANONIMATO. La soluzione a questo tema resta invece più delicata. Lo stesso Mentana, durante un’intervista pubblicata su Il Fatto Quotidiano, ha affermato di essere favorevole «all’idea di un organismo di fact checking» che debba «valere per tutti i settori», e quindi «non solo per il Web». Tuttavia, a monte, nel seguito dell’intervista individua una seconda soluzione che ovvierebbe alla realizzazione della prima: una progressiva abolizione dell’anonimato dal web.

Chi fa informazione ha dei vincoli, tra cui quello della responsabilità del direttore anche sul lavoro dei propri giornalisti. Se si costringesse chi è sul Web a essere raggiungibile e identificabile, non ci sarebbe bisogno di alcun ente censore che, oltretutto, genererebbe una lunga sfilza di contenziosi, decenni per decidere chi abbia ragione ed eventuali tribunali civili. Se qualcuno volesse avvelenare i pozzi, dovrebbe metterci la firma.

Tuttavia, una soluzione razionalmente contestata in un articolo pubblicato su AGI a firma di Marco Pratellesi. Il giornalista afferma che l’anonimato vada difeso perché è stato «la scintilla per la ricerca della verità» in «tutte le più importanti inchieste giornalistiche degli ultimi anni».

Tutte le più importanti inchieste giornalistiche degli ultimi anni sono nate proprio grazie al fenomeno dei whistleblower, molti dei quali hanno potuto svelare importanti segreti proprio grazie all’anonimato garantito da piattaforme come WikiLeaks. Dallo scandalo della sorveglianza di massa della Nsa americana, denunciato da Edward Snowden, ai Panama Papers, l’anonimato è stato, almeno all’inizio, la scintilla per la ricerca della verità.

FAKE NEWS NON SOLO ONLINE. Inoltre, nella suddetta intervista Enrico Mentana evidenzia un aspetto ulteriore del problema, ovvero il fatto che le cosiddette fake news non riguardino solo il web: «L’informazione deve essere verificata a ogni livello, per ogni organismo che possa diffondere notizie false». Una sfumatura che, con colpevole ritardo, è stata sottolineata da Beppe Grillo nel post del dietrofront, affermando che «si trattava di una denuncia politica per criticare il sistema mediatico nel suo complesso». Basti pensare a quanto accaduto sulla storia dell’autista ucciso in Germania, a cui il terrorista aveva rubato il tir utilizzato per la strage ai mercatini di Natale a Berlino. Come brillantemente ricostruito da Marcello Foa nel suo blog su Il Giornale, la maggior parte delle testate italiane aveva ripreso la notizia fatta circolare dalla Bild-Zeitung, uno dei più famosi quotidiani tedeschi, secondo cui l’autista polacco avrebbe lottato con le unghie e con i denti sul tir per evitare il disastro.

Come faceva il terrorista a lottare furiosamente con un autista di 120 chili, riuscendo al contempo a guidare un Tir ed evitare che sbandasse? Roba da film di Hollywwod, senza peraltro riscontri oggettivi, perché nessuno ha visto il Tir “zigzagare” prima dello schianto. Anzi, nell’unico filmato lo si vede procedere dritto a tutta velocità.

Risultato? Nelle ore successive la stessa Bild-Zeitung ha affermato che l’autista è stato colpito dai proiettili la bellezza di tre ore prima, essendo con ogni probabilità incosciente durante la strage. Va bene, siamo nell’epoca in cui nel giornalismo il click ha un valore inestimabile e per forza di cose il rapporto qualità velocità deve subire una necessaria decrescita. Ma perché in questi giorni quando si parla di fake news si parla solamente di internet? Forse qualche motivo ci sarà se nel Classement Mondial de la Liberté de la Presse 2016, classifica mondiale per la libertà di stampa stilata dall’organizzazione non governativa Reporters sans frontières, l’Italia si trova al 77° posto, retrocedendo di quattro posizioni rispetto alla classifica del 2015 e trovandosi dietro a Burkina Faso e Botswana. Per esempio.

Oppure ancora, che differenza c’è tra una fake news online ed un giornale che pubblica frasi di esponenti pubblici che parlano dei famosi 35 € ai richiedenti asilo senza precisare che sia una falsità? Informandosi si scopre infatti che il pocket money ammonterebbe a circa 2,50 €, mentre il resto può andare ad albergatori italiani che si offrono per questo servizio, in una situazione in cui l’immigrato diventa un “cliente” indiretto ed il profitto può finire nelle tasche di un albergatore italiano. Quale la differenza quindi?

CENSURA E COMPRENSIONE. Giusto quindi censurare? Se così fosse, cosa scegliere di censurare? Un articolo di Valigia Blu dipinge fedelmente quello che definisce come «un ecosistema in cui censura e sorveglianza crescono senza sosta», come certificato dall’organizzazione no profit Freedom House nel suo rapporto Freedom on the Net 2016. Questo un passo significativo dell’articolo:

Un ecosistema […] in cui, soprattutto, le democrazie sembrano imparare dai regimi il piacere sottile di imporre filtri e divieti di natura sempre più politica, trattando la propaganda terroristica allo stesso modo di contenuti pedopornografici: senza chiedersi il valore di comprendere quella propaganda, una volta sia contestualizzata e spiegata; senza provare nemmeno a trattare i propri cittadini come individui adulti e responsabili, e non come ignoranti esposti a ogni sorta di manipolazione, e dunque sempre bisognosi della benevola mano – anche censoria, se serve – dello Stato per discernere il bene dal male. […] La censura è una china scivolosa, in cui si sa dove si parte ma non dove si arriva.

In Germania, secondo quanto riportato da Harriet Agerholm sul quotidiano inglese The Independent, il governo starebbe pensando ad una multa di 500 mila euro a portali online per ogni fake news che viene pubblicata al loro interno. Soluzione giusta? Ha senso spingere quella che, se usato coscientemente, rappresenta la più grande invenzione dell’umanità verso una maggiore censura dei contenuti? Come può un’intelligenza artificiale compiere un lavoro che necessita di un ragionamento razionale cosciente? Poi si finisce come qualche giorno fa, quando una foto della Statua del Nettuno a Bologna viene censurata per nudità. Il passo è breve.

ANALFABETISMO FUNZIONALE. Un altro dato risulta molto utile per comprendere le possibili soluzioni che riporterò a breve. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), organizzazione internazionale di studi economici per Paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato, ha stilato nel 2013 il rapporto First Results from the Survey of Adult Skills, una classificazione basata su risultati raggiunti in test di difficoltà differente. L’Italia al 23° posto (su 23 nazioni) nella classifica dei Paesi membri circa la «literacy proficiency among 16-65 year-olds», ovvero “competenza nell’alfabetizzazione tra 16-65 anni” (clicca qui per prenderne visione, pagina 29). Secondo questa classifica, in Italia solo il 71,7% della popolazione è in grado di comprendere testi poco impegnativi caratterizzati da un lessico basico (pagina 66-67), punteggio più basso al pari della Spagna. Risultano in grado di fare ciò, invece, il 93,9% dei giapponesi, l’89,4% dei finlandesi, l’88,1% degli slovacchi e l’87,6% dei cechi, i punteggi più alti conseguiti.

COSCIENZA CRITICA. Personalmente credo che la soluzione migliore sia quella di investire sull’educazione dei giovani al fine di creare generazioni caratterizzate da una fine coscienza critica. Solo così, di fronte ad un sito di dubbia provenienza con un dubbio contenuto, si azionerà il campanello d’allarme nell’utente. Oppure, peggio ancora, se sarà un’autorevole testata a riportarla, la memoria critica dello stesso utente lo porterà a valutare con maggiore criticismo i contenuti della suddetta testata in futuro. Solo così si può evitare che siti satirici come Lercio siano presi sul serio, così come che siti di disinformazione spacciati per satirici come Libero Giornale ed Il Corriere del Corsaro possano possano essere valutati per quello che sono. Senza la possibilità di essere utilizzati sia dalla gente per veicolare contenuti falsi, sia dagli “intellettuali” per distinguersi intellettualmente dal cosiddetto “popolo del web”. Una soluzione, tuttavia, in controtendenza rispetto alle politiche scolastiche, accademiche ed educative degli ultimi anni.

EDUCAZIONE DIGITALE. Un altro ambito in cui andrebbe investito è quello dell’educazione digitale. La causa della diffusione delle fake news, oltre alla mancanza di coscienza critica, è proprio il fatto che la gente non è in grado di usare lo strumento internet. E non si parla solamente dell’educazione scolastica primaria, in quanto urge porre freno per quanto concerne educazione, coscienza e valori alla corsa verso la circolazione di video di ogni genere. Bensì, si parla anche dell’educazione delle generazioni più adulte, nella direzione in cui si sono rivolti molti paesi all’estero con corsi organizzati privatamente e pubblicamente. Basti pensare a virus informatici contratti a causa di inviti banalmente identificabili, al riconoscimento di un profilo social falso, oppure a metodi pratici per valutare l’autenticità dei contenuti sul web. Perché si può avere tutta la coscienza critica del mondo ma, se non si sa usare lo strumento di per sé, non si va da nessuna parte.

Quale quindi la formula chiave? Sono due: coscienza critica ed educazione digitale.

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Matteo Calautti
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Studente genovese di Scienze Internazionali e Diplomatiche, nonché "minor" di pallacanestro. Appassionato di sport in ogni sua forma e colore. Esterofilo e curioso osservatore di politica e attualità. Tra le altre, collabora anche con Londra Italia, East Journal, con la rivista di Ingegneria di Genova, con la trasmissione televisiva Dilettantissimo e con Io Gioco Pulito, l'inserto sportivo de Il Fatto Quotidiano. Infine, ha fondato anche Liguria a Spicchi, Il Calcio Portoghese e Dragoni d'Oriente, portali web dedicati rispettivamente alla pallacanestro ligure, al calcio lusitano ed al Leyton Orient.