Se un bambino europeo vale più di un bambino mediorientale

© AL-JAZEERA
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Sono passati pochi giorni dall’autentico dramma vissuto alla fine del concerto di Ariana Grande a Manchester, in cui un attentato terroristico ha provocato la morte di 22 persone, perlopiù bambini e ragazzi. In seguito rivendicato dall’ISIS su internet, l’attacco è stato realizzato da Salman Abedi, giovane cittadino inglese di origini libiche.

Un autentico orrore che ha scosso l’opinione pubblica occidentale. Facile intuirne le ragioni: che fosse indicato dall’alto o ideato da un semplice “lupo solitario”, il disegno è stato evidentemente progettato per colpire vittime giovanissime, e quindi vulnerabili. Un atto sanguinario orribile e vile, che ahinoi ha infiammato i dibattiti sui flussi migratori, sull’accoglienza e sull’integrazione culturale, nonché alimentato la pericolosa fiamma dell’odio che aleggia in Occidente da ormai troppi anni.

Un episodio successivo a tale tragedia mi ha colpito particolarmente, vuoi per una sorta di analogia a quello di Manchester che lo caratterizza, vuoi per il risvolto culturale e mediatico che ne consegue. Nella notte tra mercoledì e giovedì le forze della Coalizione contro l’ISIS, capitanate dagli USA, hanno bombardato un’area di al-Mayadin, città del sud-est della Siria situata nel governatorato di Deir el-Zor, in direzione del confine iracheno. Una città, peraltro, in cui sono presenti ormai numerose famiglie dello Stato Islamico in fuga da al-Raqqa, quella che fino a poche settimane fa ne costituiva la vera e propria capitale. A riferirlo è il Syrian Observatory for Human Rights (SOHR), l’ente informativo che documenta la situazione dei diritti umani in Siria. Un ente che si dichiara come «né associato né collegato ad alcuna forza politica» nella descrizione presente all’interno del suo sito ufficiale.

Facendo riferimento al comunicato pubblicato dall’Osservatorio, ci sarebbero state due differenti fasi di bombardamento in cui avrebbero perso la vita ben 106 persone, delle quali «un minimo di 10 membri dello Stato Islamico» a fronte di «42 bambini di al massimo 16 anni». Non solo. «Il palazzo municipale», mirato dal bombardamento, «è andato completamente distrutto» e «il numero delle vittime potrebbe crescere a causa della presenza di decine di feriti e dispersi», con seri danni anche alla «centrale elettrica e banca del sangue».

Una notizia che è stata chiaramente ripresa dalla versione inglese dell’emittente qatariota Al-Jazeera, punto di riferimento per il mondo mediorientale. Durante il telegiornale è infatti andato in onda un contributo del colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione contro l’ISIS. «La Coalizione sta portando avanti un significante e deliberato processo per assicurare la possibilità di limitare la sofferenza umana e le vittime», ha affermato il colonnello, «continuando la nostra guerra contro l’ISIS». «Prima lo sconfiggiamo prima si porrà fine alla sofferenza umana» concludeva l’americano, come riportato dall’articolo di Al-Jazeera.

Due orribili massacri, quelli di Manchester e di al-Mayadin, che mi portano di fronte a due interrogativi che proverò a sviscerare. Il primo è il seguente: un bambino europeo vale più di uno mediorientale? Mi spiego meglio. Perché la notizia di Manchester ha intasato ogni singolo media occidentale mentre il raid in Siria è stato a malapena menzionato? Una risposta frettolosa e forse superficiale risulta immediata: il Regno Unito è più vicino a noi di quanto lo sia la Siria. Verissimo. Trovo assolutamente comprensibile che una notizia che sentiamo più “prossima” a noi faccia più rumore e provochi maggiore sgomento. Tuttavia è un ragionamento che, per quanto lo comprenda, non condivido nella maniera più assoluta, almeno per due ragioni. La prima è che l’Occidente ha una responsabilità enorme nei confronti di queste popolazioni, sia per quanto riguarda armamenti sia per quanto riguarda la cosiddetta “esportazione di democrazia”. In secondo luogo perché non è assolutamente lontano nella misura in cui viene percepito dall’opinione pubblica occidentale.

Qui arriva infatti la seconda domanda: si possono combattere delle bombe con bombe che provocano così tante morti civili? Secondo quanto riportato dal SOHR riguardo il caso di al-Mayadin, non il primo e sicuramente non l’ultimo, la percentuale di vittime civili sul totale sarebbe del 91%. Una percentuale inaccettabile per alcune semplici ragioni, forse banali. Che tipo di sentimento coltiveranno intimamente parenti, amici e conoscenti civili delle vittime civili nei confronti dell’Occidente? Ma restringiamo il campo. «La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza», affermava lo scrittore russo Lev Tolstoj. Discorso che diviene fondamentale quando si parla di bambini. Esistono bambini buoni e bambini cattivi dalla nascita? Può un bambino avere un’innata percezione di cosa sia socialmente giusto vivendo in un contesto culturale come quello dell’ISIS? Ovviamente no, un bambino rimane pur sempre un bambino. Tuttavia un bambino, in quanto tale, si trova in quella fase della crescita in cui sviluppa nella sua testa quelle categorie mentali che probabilmente si porterà dietro tutta la vita. Quindi, tornando alla domanda precedente, un bombardamento di questo tipo può risolvere la situazione? Decisamente no. Se sei una persona, come questi bambini, chiusa metaforicamente tra quattro mura il tuo mondo è come “recintato” fino a quando non riesci a scorgere tutto ciò che c’è al di fuori. Il contesto ambientale è quindi determinante e, chissà, magari un giorno quel bambino volente o nolente farà parte della vostra stessa società.

Bisogna scegliere quale strada intraprendere, specie in un momento in cui la confusione tra Islam e ISIS regna sovrana. Combattere questa folle barbarie con tutte le forze a nostra disposizione certamente sì, ma non come spesso si è fatto per sedare questo tipo di conflitti politici e sociali, ovvero con l’uso indiscriminato della forza bruta. Dal punto di vista semantico il padre di tutti i problemi mediatici è sicuramente l’appellativo “islamico” per qualificare questa tipologia di “terrorismo”, che con l’Islam non ha nulla a che fare. Ha ragione in parte Enrico Mentana quando afferma in un post sulla sua pagina Facebook ufficiale che «se gli islamici moderati non insorgeranno con enorme forza e chiarezza contro quest’orrore disseminato nei nostri anni, sarà inevitabile, sempre di più, identificare con la loro religione il nostro rischio».

Ragione solo in parte però, perché manifestazioni importanti ci sono state, come quella nazionale del novembre 2015 all’indomani degli attacchi di Parigi, con lo slogan «not in my name», come dimostrato in questo reportage dell’agenzia di stampa Askanews. Bisogna valutare, invece, quanto peso mediatico venga loro offerto in queste circostanza. E in parte ha quindi ragione anche Karima Moual, giornalista de Il Sole 24, quando afferma in un post sulla sua pagina Facebook ufficiale che «del cosiddetto “musulmano moderato” non frega niente a nessuno se non nel momento in cui si consuma un attentato, e allora sì, li ci serve eccome, per puntargli il dito, dargli addosso e ancora una volta confermare il suo stato di incompatibilità e inferiorità mischiandolo a barbarie, jihad e terrorismo, e dimostrando non solo disonestà intellettuale, un vuoto culturale e un serio problema relazionale». Perché, in fondo, sono decine se non centinaia le vittime musulmane in Medio Oriente ad opera dello Stato Islamico. Una tipologia diversa di vittime dal cui carnefice risulterebbe forse bizzarro chiedere di dissociarsi.

Per questo il mio modello in questo contesto diviene l’inglese Jeremy Corbyn, leader del Labour Party che, a distanza di pochi giorni dall’attentato di Manchester, per mezzo della sua pagina Facebook ufficiale decide di augurare un sereno Ramadan ai musulmani del Regno Unito e del mondo. Ai “veri” musulmani, se mai ci fosse bisogno di specificare. Gesto compiuto poche ore prima anche dal brillante primo ministro canadese Justin Trudeau con un videomessaggio sulla sua pagina Facebook ufficiale. Ciò non significa piegarsi al terrorismo, bensì significa far sentire accettato chi come noi ne è una vittima, impedendo così un’alienazione pericolosa tanto per lui quanto per noi. Va infatti ricordato che un attentatore di questo genere prima di farsi saltare in aria non chiede se c’è qualche musulmano nei paraggi.

La parola d’ordine è integrazione, uno step successivo rispetto a quello dell’accoglienza. Perché una società multiculturale è possibile se chi accoglie presenta lo stesso atteggiamento di apertura mentale che deve necessariamente avere chi chiede di essere accolto.

L’integrazione è come un’altalena in cui stanno in piedi sugli estremi i due protagonisti. Se solo uno dei due si muove verso l’altro l’altalena non rimane in equilibrio. Se invece i due si muovono insieme l’uno verso l’altro l’equilibrio è garantito.

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Matteo Calautti
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Studente genovese di Scienze Internazionali e Diplomatiche, nonché "minor" di pallacanestro. Appassionato di sport in ogni sua forma e colore. Esterofilo e curioso osservatore di politica e attualità. Tra le altre, collabora anche con Londra Italia, East Journal, con la rivista di Ingegneria di Genova, con la trasmissione televisiva Dilettantissimo e con Io Gioco Pulito, l'inserto sportivo de Il Fatto Quotidiano. Infine, ha fondato anche Liguria a Spicchi, Il Calcio Portoghese e Dragoni d'Oriente, portali web dedicati rispettivamente alla pallacanestro ligure, al calcio lusitano ed al Leyton Orient.