Non stiamo discutendo sullo “ius soli”, ma sull’evoluzione del concetto di cittadinanza

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Da ormai qualche giorni si dibatte ferocemente, tanto al Senato quanto sui social network, riguardo al cosiddetto disegno di legge sullo ius soli. O meglio, questa è la chiave di lettura fornita dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione mainstream. Una tesi, tuttavia, che non mi trova affatto d’accordo. Il vero nocciolo della questione non è l’eventuale introduzione di questo nuovo meccanismo di estensione della cittadinanza, bensì l’evoluzione del concetto stesso di cittadinanza.

Andiamo con ordine. Chiamiamo in causa l’autorevole Enciclopedia Treccani per avere un buon punto di partenza circa la definizione di cittadinanza:

Condizione di appartenenza di un individuo a uno Stato, con i diritti e i doveri che tale relazione comporta; tra i primi, vanno annoverati in particolare i diritti politici, ovvero il diritto di voto e la possibilità di ricoprire pubblici uffici; tra i secondi, il dovere di fedeltà e l’obbligo di difendere lo Stato, prestando il servizio militare, nei limiti e modi stabiliti dalla legge.

Una definizione, quindi che utilizza due espressioni chiave: da un lato quella della «appartenenza», dall’altro quella dei «diritti e doveri». Cominciando dal primo ambito, sorge spontanea una domanda: in che modo si concretizza l’appartenenza ad uno Stato? Secondo una concezione “romantica”, essa dovrebbe implicare una condizione in cui l’individuo “sposa” la sua Patria in toto, in cui nutre un sentimento di radicamento e di amore. Secondo i più ortodossi si dovrebbe parlare addirittura di una cittadinanza quasi atavica, ossia discendente dagli antenati. Una concezione, tuttavia, che risulta ormai anacronistica per due ragioni: la globalizzazione ed il frequente mancato “rispetto” del principio di autodeterminazione dei popoli.

Da un lato, ammesso ma non concesso (e io non lo concedo) che lo si voglia fermare, il processo della globalizzazione è inarrestabile. Troppo facile spostarsi, troppo facile comunicare, troppo facile diffondere usi e costumi. Insomma, troppo difficile fermare l’umanità nel suo continuo e moderno concretizzarsi nel mondo. Dall’altro lato, il principio di autodeterminazione dei popoli non è sempre stato rispettato, il che ha causato non pochi problemi alla connotazione “romantica” della cittadinanza. Si sta parlando del principio secondo cui i confini statali dovrebbero coincidere con i confini identitari nazionali. Ciò non significa che non siano ammesse subculture, anzi, ma che il loro rapporto con la cultura “centrale” debba essere biunivocamente riconosciuto ed accettato. Un esempio di mancato rispetto di tale principio? Il Kurdistan in Medioriente per esempio, così come la Catalogna in Spagna. Due moderni ostacoli non da poco, quindi, per i “romantici” della cittadinanza.

Attenzione, non si sta negando il fatto che spesso chi possiede una cittadinanza nutra questo sentimento “romantico”. Si sta affermando che non è detto che se non vi sia tale sentimento non vi possa essere comunque cittadinanza. Un esempio? Parliamo dei catalani, che ovviamente possiedono la cittadinanza spagnola. Detto ciò, ha senso parlare ancora di cittadinanza in senso “romantico”? Assolutamente no.

Cosa rimane quindi di questa dibattuto vocabolo? Rimane sicuramente la sua connotazione legale e sociale. Se si gode della cittadinanza di un Paese si è infatti costretti a rispondere ad un “pacchetto” di doveri e si ha la possibilità garantita di usufruire di un “pacchetto” di diritti. Un dovere su tutti? Il rispetto per il Paese di cui si ha la cittadinanza. Un diritto su tutti? Il diritto a rappresentare i propri connazionali all’interno delle istituzioni. Un diritto/dovere su tutti? Quello legato al voto politico attivo.

Ora, mettiamo un po’ di ordine sulle definizioni. Il dibattito verte su quattro possibilità di acquisizione della cittadinanza: lo ius sanguinis, lo ius soli, lo ius domicilii e lo ius culturae. Cominciamo dallo ius sanguinis, che prevede l’ottenimento automatico della cittadinanza di uno Stato nel momento in cui uno dei due genitori la possieda. In secondo luogo abbiamo lo ius soli, il quale prevede l’ottenimento automatico della cittadinanza di uno Stato nel caso in cui l’individuo nasca nel territorio dello stesso. In terzo luogo abbiamo lo ius domicilii, il quale prevede l’ottenimento della cittadinanza di uno Stato nel caso in cui l’individuo vi abbia avuto la residenza per un numero definito di anni. Infine, il disegno di legge di cui tanto si discute in questi giorni introduce l’istituto dello ius culturae, il quale prevede l’ottenimento della cittadinanza di uno Stato su richiesta di un genitore in funzione della frequentazione del sistema scolastico dello stesso per una quantità definita di anni. Ma su questa possibilità tornerò dopo nel dettaglio. Va comunque sottolineato che nei vari Paesi tali istituti vengono adottati spesso con dei correttivi.

Come funziona ad oggi in Italia? Cominciamo da una premessa: nel Bel Paese attualmente sono riconosciuti solamente lo ius sanguinis e lo ius domicilii tra quelli citati precedentemente. In accordo con la legge n. 91 del 5 febbraio 1992, cerchiamo ora di semplificarne le casistiche principali che alimentano questo dibattito e che possono tornare utili nella riflessione:

  • Ottiene automaticamente la cittadinanza italiana chi è figlio di almeno un cittadino italiano, attraverso l’istituto dello ius sanguinis.
  • Può richiedere la cittadinanza italiana chi nasce all’estero da due genitori stranieri ma «risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica», attraverso l’istituto dello ius domicilii.
  • Può richiedere la cittadinanza italiana entro un anno dal raggiungimento della maggiore età chi è nato in Italia da due genitori stranieri e vi ha «risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età», attraverso l’istituto dello ius domicilii.

Adesso veniamo al punto. Il disegno di legge sullo ius soli, come è stato definito, riguarda quali siano le modalità aggiuntive di ottenimento della cittadinanza che verrebbero introdotte. Eccole elencate:

  • Può ottenere la cittadinanza italiana chi nasce in Italia da due genitori stranieri almeno uno dei quali sia titolare del diritto di soggiorno permanente o sia in possesso del permesso di soggiorno europeo per soggiornanti di lungo periodo, in seguito all’esplicita dichiarazione di voler diventare cittadini italiani, attraverso quindi l’istituto dello ius soli definito “temperato”. La richiesta può esser avanza da un genitore entro i diciotto anni dell’individuo oppure dallo stesso individuo entro il compimento dei vent’anni.
  • Può ottenere la cittadinanza italiana chi nasce in Italia da due genitori stranieri o chi vi abbia fatto ingresso entro il dodicesimo anno di età e che abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici o percorsi di istruzione e formazione professionale, attraverso l’istituto dello ius culturae.
  • Può ottenere la cittadinanza italiana chi nasce da due genitori stranieri, abbia fatto ingresso in Italia entro il compimento della maggiore età, risieda legalmente da almeno sei anni ed abbia frequentato un intero ciclo scolastico con il conseguimento del titolo finale oppure che abbia svolto un percorso di istruzione e formazione professionale con il conseguimento di una qualifica professionale, attraverso una combinazione tra l’istituto dello ius culturae e quello dello ius domicilii.

Va da sé che sia impossibile decidere quale istituto “puro”, inteso come “senza correttivi”, sia il più giusto in linea di principio per concedere la cittadinanza. Per quanto riguarda lo ius sanguinis l’obbiezione potrebbe essere la seguente: perché concedere la cittadinanza di un Paese ad un ragazzo che in questo Paese non è mai stato solamente perché figlio di un suo cittadino? Per quanto riguarda lo ius soli l’obbiezione potrebbe essere la possibile conseguenza del parto all’estero solo in funzione della cittadinanza del figlio, come per esempio potrebbe fare eventualmente una coppia inglese per sfuggire agli inconvenienti burocratici causati dalla Brexit. Per quanto riguarda lo ius domicilii i “romantici” potrebbero contestare la residenza come principio cardine per concedere la cittadinanza. Stessa argomentazione che potrebbero impugnare gli stessi “romantici” nei confronti dello ius culturae.

Torniamo adesso ad uno degli ostacoli della visione “romantica” della cittadinanza: la globalizzazione. Essa non si può fermare, è inutile discutere a proposito di ciò. Capiterà infatti di imbattersi in «persone nate in Italia, e che nella grande maggioranza dei casi non hanno camminato in altri Paesi, che non siano l’Italia, neanche per cinque minuti», come scritto dal giornalista Saverio Tommasi in un post della sua pagina Facebook ufficiale. Perché non concedere quindi la cittadinanza a persone che a tutti gli effetti al giorno d’oggi non posso che essere definiti cittadini italiani? Utilizzando un’argomentazione letta spesso in questi giorni, perché paradossalmente queste persone non dovrebbero avere la cittadinanza italiana mentre criminali italiani all’estero sì? Si potrebbe avanzare una proposta: facciamo che chi non vuole concedere loro la cittadinanza in futuro non godrà di una percentuale di servizi corrispondente proporzionalmente alle tasse pagate da questi “stranieri” rispetto a quelle degli italiani.

Quale il miglior modo per regolare l’erogazione della cittadinanza di un Paese? Essere duttili ed al passo coi tempi, legiferando al meglio riguardo sia agli istituti di acquisizione della cittadinanza sia ai correttivi da apportare. Quale il giudizio sul dibattito attorno a questo disegno di legge? Tutto è perfettibile, in quanto si può sempre discutere sui correttivi apportati. Non si può tuttavia bocciare un disegno di legge che modernizza dal punto di vista sociale il nostro Paese.

In conclusione, quali sono quindi le posizioni politiche da condannare? La posizione di una certa Destra che utilizza lo slogan «italiani si nasce non si diventa» per contestare lo ius soli (complimenti!) e che spesso confonde colpevolmente le nozioni di religione e di cittadinanza in tema di terrorismo. La posizione di una certa Sinistra che sostiene lo ius soli in quanto tale, anche senza correttivi, cosa di per sé senza senso per motivi detti precedentemente. La posizione del MoVimento 5 Stelle che ignavamente, in nome della postideologia, dietro al mantra del tipo «deve essere preceduto da una discussione ed una concertazione con gli stati dell’Unione Europea» sta perdendo un treno per lasciare veramente il segno in questo Paese. Nulla vieterà infatti di discuterne nel futuro in sedi europee per adattare ed eventualmente correggere la normativa.

Ciò che è bene ricordare, infatti, è che la domanda di cittadinanza non viene accolta automaticamente, bensì viene prima esaminata e potenzialmente rigettata anche in caso di «pericolosità sociale del richiedente o di potenziale pericolosità per la sicurezza dello Stato». Controlli che devono ovviamente rimanere seri per evitare che una norma di civiltà come questa possa lasciare spazio a “effetti collaterali”. Inoltre, è bene anche ricordare che le modifiche apportate riguardano bambini che comporranno il tessuto sociale del nostro Paese nelle prossime generazioni e che quindi è bene integrare a dovere. Risorse che nel futuro saranno indispensabili.

Non sono mai stato per il «non sono d’accordo ma almeno è un punto di partenza», in quanto ho sempre sostenuto che si possa elaborare una norma ben ragionata fin dall’inizio. Tuttavia in questo caso ritengo che non si debba parlare di un «buon punto di partenza», bensì di un «buon punto di arrivo». Ovviamente perfettibile, come tutto. Ma pur sempre un «buon punto d’arrivo».

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Matteo Calautti
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Studente genovese di Scienze Internazionali e Diplomatiche, nonché "minor" di pallacanestro. Appassionato di sport in ogni sua forma e colore. Esterofilo e curioso osservatore di politica e attualità. Tra le altre, collabora anche con Londra Italia, East Journal, con la rivista di Ingegneria di Genova, con la trasmissione televisiva Dilettantissimo e con Io Gioco Pulito, l'inserto sportivo de Il Fatto Quotidiano. Infine, ha fondato anche Liguria a Spicchi, Il Calcio Portoghese e Dragoni d'Oriente, portali web dedicati rispettivamente alla pallacanestro ligure, al calcio lusitano ed al Leyton Orient.