Il giornalismo italiano è morto ieri sera: da oggi chiamiamolo solamente marketing

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Chi scrive non è un giornalista, bensì lavora come libero professionista nell’ambito della comunicazione. Chi scrive quindi non è iscritto all’Ordine dei Giornalisti ma è da sempre un lettore appassionato a questo mondo, che ha sempre nel suo piccolo cercato di finanziare con abbonamenti e acquisti, sia in Italia sia all’estero. Chi scrive avrebbe probabilmente cercato insistentemente di entrare nell’albo in un’altra epoca, non in questa. Un po’ per scelta sua e un po’ per scelte altrui, visto che è difficile trovare testate che permettano di fare pratica con pagamenti “opportuni” e senza sfruttamenti. Chi scrive negli anni si è sempre di più appassionato al mondo della comunicazione.

Chi scrive ieri sera ha avuto la stessa sensazione di quando il proprio eroe giovanile, quello che si considerava come modello e a cui ci si ispirava, delude profondamente con un comportamento che si considera inaccettabile. Ieri sera il giornalismo italiano è morto e dobbiamo prenderne atto. Da oggi chiamiamolo solamente marketing.

Non perché la parola marketing sia un vocabolo dal significato negativo. Questo è un concetto senza giudizio di valore, un concetto che assume una connotazione più o meno positiva in funzione dello scopo cui tende. Questa la sua definizione secondo l’Enciclopedia Treccani:

marketing ‹màakiti› s. ingl. [der. di (tomarket «vendere», a sua volta der. di market (v.)], usato in ital. al masch. – Con riferimento alle imprese produttrici di beni di largo consumo, il complesso dei metodi atti a collocare col massimo profitto i prodotti in un dato mercato attraverso la scelta e la programmazione delle politiche più opportune di prezzo, di distribuzione, di vendita, di pubblicità, di promozione, dopo aver individuato, attraverso analisi di mercato, il potenziale consumatore.

Ma perché il giornalismo italiano è morto? E perché proprio ieri sera? Giusta la seconda domanda, in quanto di segnali scoraggianti è piena la sua storia recente. Da notizie palesemente inventate, titoli da Medioevo e così via, con qualche “buffetto” qua e là da parte dell’Ordine dei Giornalisti. Perché quindi proprio ieri sera? Perché ieri sera è accaduto qualcosa di gravissimo dal punto di vista della sicurezza sanitaria nazionale.

Indipendentemente dalla bontà o meno (sottolineo) del decreto del Governo presieduto da Giuseppe Conte, accade che all’ora di cena ne venga rilanciata dai maggiori quotidiani italiani una bozza, ovviamente non ancora firmata dal Premier, in cui si parla della possibilità di fare di gran parte del Nord una cosiddetta “zona rossa”, ovvero una zona di quarantena con divieto di entrata ed uscita. Il primo ad uscire con la notizia sembra esser stato Open, diretto da Massimo Corcione.

Una didascalia, quella diffusa dalla testata fondata da Enrico Mentana, che sia su Facebook sia su Twitter recitava così: «Sul tavolo di Conte il decreto che fa di buona parte del Nord una zona rossa». Un titolo dunque già di per sé sensazionalistico e fuorviante in quanto, stando alla bozza del decreto (qui l’integrale), non si parla assolutamente di una vera e propria zona rossa. Dalle regioni e dalle province in questione era già prevista in questa prima stesura la possibilità di uscire seppur a determinate condizioni, come si evince per esempio dall’art. 1, comma 1, lettera a:

Evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori di cui al presente articolo, salvo che per gli spostamenti motivati da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza

Notizia che comunque in seguito si diffonde a macchia d’olio su tutta la stampa, con titoli su titoli online in testate giornalistiche sia locali sia nazionali. Una testata di contraddistingue: il Post di Luca Sofri. «Data la delicatezza della situazione e l’importanza di ricevere informazioni esatte e certe», dichiara la redazione con un post sulla sua pagina Facebook, «pubblicherà eventuali decisioni delle autorità politiche sul coronavirus solo nel momento in cui siano ufficiali», chiedendo perfino scusa ai lettori. Un atteggiamento encomiabile e di rara accortezza.

Una diffusione, quella a mezzo stampa della bozza, che ha generato il panico soprattutto in Lombardia, dove si sono verificate scene di ordinaria follia. Tantissime persone in stazione pronte a prendere il primo treno per tornare a casa, magari pazienti asintomatici che così ora rischiano di diffondere il COVID-19 in altre regioni più di quanto già lo sia, rischiando così di creare altri focolai. Anche se va sottolineato che, quello definito duramente (ma forse giustamente) da un amico nonché ottimo giornalista come «prova di una inciviltà anarcoide e qualunquista potentissima», non possa essere un atteggiamento giustificato, neppure in un contesto di panico galoppante.

Una scelta, quella delle persone giunte ieri in stazione, che potrebbe perfino prefigurare un reato. Questo infatti il testo dell’Art. 438 del Codice Penale:

Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo.

Oppure anche l’Art. 650 del Codice Penale:

Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro.

Una situazione grave, si ricordi, non perché la malattia che ne scaturisce abbia una mortalità spaventosa, anzi. Si parla di un tasso comunque basso nonostante si alzi con l’avanzare dell’età e con la compresenza di uno stato di salute non eccezionale. Bensì perché una non buona porzione di affetti necessitano di terapia intensiva, con il sistema sanitario nazionale che rischia di andare al collasso in caso incrementi ancora maggiori di pazienti affetti. La stampa, dunque, nella serata di ieri è stata almeno corresponsabile di questa situazione tragica.

Chi ha diffuso la bozza? Non è dato saperlo. Non è inusuale che la gli uffici stampa delle istituzione facciano già circolare le bozze delle nuove misure per agevolare il lavoro dei giornalisti, previa riserva. Sta a loro e agli editori agire, se non per correttezza nei confronti delle istituzioni, almeno per una questione di sicurezza sanitaria nazionale. Non si ha tuttavia certezza di ciò in quanto ieri sera il Premier, pur avendo definito «inaccettabile» la diffusione della bozza, non ha puntato il dito contro nessuno in particolare. Va detto che intorno alle ore 01:30 italiane, ovvero quando la notizia in Italia era già ben ampiamente di dominio pubblico, la CNN abbia pubblicato un aggiornamento sul suo sito a firma di Livia Borghese e Nicola Ruotolo in cui si dice espressamente che la notizia sia stata inviata alla redazione «dall’ufficio stampa dell’autorità regionale lombarda» del presidente Attilio Fontana.

The text of the draft proposal – also sent to CNN by the press office of the Lombardy regional authority – says that people in Lombardy and the other 11 provinces should “absolutely avoid any movement into and out … as well as within the same territories … except for travel motivated by unavoidable working needs or situations of emergency.”

Per chi avesse meno confidenza con l’inglese, questa una possibile traduzione:

Il testo della bozza – inviato anche alla CNN dall’ufficio stampa dell’autorità regionale lombarda – afferma che le persone in Lombardia e nelle altre 11 province dovrebbero “assolutamente evitare qualsiasi movimento in entrata e in uscita … nonché all’interno degli stessi territori … ad eccezione dei viaggi motivati ​​da inevitabili esigenze lavorative o situazioni di emergenza.”

Non è stato però dichiarato a che ora sia stata inviata questa comunicazione, cosa che però ha grande valenza. Se infatti fosse stata pubblicata intorno all’ora di cena allora potrebbe esser stato proprio l’ufficio stampa della Lega a passare la bozza per prima, e non un ufficio stampa del Governo, di cui la Lega non fa parte. Un decreto sul quale Conte stava discutendo con i presidenti di regione in questione, come dichiarato dallo stesso in conferenza stampa e come confermato proprio da Fontana ieri alle 22:30: «La collaborazione tra i nostri tecnici e quelli del governo è costante». Un altro tassello è stato aggiunto oggi da Vito Crimi, “reggente” del M5S, il quale ha dichiarato di aver diffuso intorno alle 19:00 a tutti i presidenti di regione un’anticipazione sulle misure che il Governo stava pensando di prendere.

Ma ammettiamo che sia stato un ufficio stampa del Governo a diffondere la bozza ai media e che sia prassi usuale anche in questi mesi. Vista la portata delle misure e un contesto sociale in ebollizione, sarebbe da considerare una scelta opportuna? Probabilmente no. Alcuni la considererebbero una scelta incosciente, altri una scelta ingenua, altri ancora una scelta folle.

Indipendentemente dal giudizio sull’opportunità o meno di fare avere questa bozza alla stampa, quanto può essere considerato giusto diffonderla? Per quanto mi riguarda assolutamente zero, sia per un discorso di correttezza verso le istituzioni sia per un evidente rischio di sicurezza nazionale. «Penso che sulla sacrosanta missione di dare le notizie», ha postato Arianna Ciccone su Valigia Blu, «debba prevalere in situazioni in cui c’è di mezzo la sicurezza delle persone il senso etico e di responsabilità». Una frase che rende giustizia alla categoria.

Molto interessante anche il passo in cui si parla delle differenze tra Italia e USA:

Le testate più importanti in Usa come New York Times, Washington Post, CNN quando hanno notizie che potenzialmente potrebbero mettere in pericolo la sicurezza nazionale la prima cosa che fanno è avvertire il governo e da lì inizia una mediazione fra le parti su cosa fare o non fare uscire. Poi i direttori decidono.

Perché dovremmo chiamarlo marketing da oggi? Perché ieri sera abbiamo avuto la prova che il mondo del giornalismo italiano sia stato pervaso, forse irrimediabilmente, dal capitalismo più “cieco”. Ieri sera la rapidità e il “profitto” hanno prevalso sulla responsabilità civile e sulla correttezza. Si è preferito dare in pasto ai lettori, da oggi puramente consumatori, un contenuto che ha gettato prevedibilmente (anche se non giustificatamente) nel panico un’importante fetta di popolazione, che in poche ore ha fatto scelte che rischiano di compromettere una già precaria situazione sanitaria nazionale. Il giornalismo italiano in questo momento è un po’ come il classico zainetto che ci portiamo d’estate in spiaggia: la sabbia si infila ovunque ma non te ne accorgi, oppure se te ne accorgi difficilmente riesci a levare ogni granello di sabbia dalla superficie e dal suo interno. È ormai pervaso, per l’appunto, da quello che mi piace definire come capitalismo “cieco”.

Un giornalismo all’insegna dunque di un pericoloso meccanismo di “usa e getta”: spremere per buttare via, resettare e cercare qualcos’altro da spremere, sempre con una bulimica vena sensazionalistica e quindi con sempre meno attinenza alla realtà. Un’involuzione dovuta alla crisi, certo, come dovuta alla scarsa visione imprenditoriale degli editori. Con i giornalisti, soprattutto quelli giovani, che finiscono per essere vittime di un sistema che li inghiottisce. Ma il fatto di esser vittima di alcuni non preclude il fatto di essere carnefice di altri.

Un giornalismo comunque agli antipodi rispetto a quel poco di buono che rimane. Rispetto per esempio a quello che amo definire come “giornalismo ragionato”: di analisi, di interpretazione, di ricerca e di accuratezza. Esempi? Sicuramente il già citato Valigia Blu, ma anche un progetto ambizioso come quello di Slow News. Una sorta di «elogio della lentezza», come forse lo definirebbe il neuroscienziato Lamberto Maffei. Una lentezza che forse è sempre più rivoluzionaria.

Un orizzonte di pensiero evidenziato anche da Denzel Washington in una sua intervista di quattro anni fa. L’attore si trovava infatti nel 2016 per la proiezione del film Barriere nell’omonima capitale americana, più precisamente al National Museum of African American History and Culture. Il tutto quando, incalzato da una reporter, fece una dichiarazione di spessore sui media mainstream:

If you don’t read the newspaper you’re uninformed. If you do read it you’re misinformed. […] What is the long-term effect of too much information? One of the effects is the need to be first, not even to be true anymore. So what responsibility do you all have? To tell the truth. Not just to be first. But to tell the truth. We live in a society now where it’s just first. «Who cares? Get it out there, we don’t care who it hurts and we don’t care who we destroy. We don’t care if it’s true. Just say it and sell it».

Per chi avesse meno confidenza con l’inglese, questa una possibile traduzione:

Se non leggi il giornale sei disinformato. Se lo leggi sei male informato. […] Qual è l’effetto a lungo termine di troppe informazioni? Uno degli effetti è la necessità di essere i primi, non più di essere veri. Quindi quale responsabilità avete tutti? Dire la verità. Non solo essere i primi, ma dire la verità. Viviamo in una società ora dove è solo il primo. «A chi importa? Fallo uscire, non ci interessa chi fa male e non ci interessa chi distruggiamo. Non ci importa se è vero. Scrivilo e vendilo».

Grave, dunque, la diffusione della bozza. Ma non meno grave la mancata presa di posizione dell’Ordine dei Giornalisti, o perlomeno di un fronte di addetti ai lavori, in relazione ad una serata drammatica come quella di ieri. Tutti evidentemente hanno agito nel modo più opportuno e dunque niente da cui dissociarsi. Non che sia necessario dissociarsi, intendiamoci. Non chiederei mai ad un tedesco di dissociarsi dal Nazismo, come a un musulmano dal Terrorismo Islamista come ad un italiano dalla Mafia. Ma in una fase di grande sfiducia verso la classe giornalistica qualche interrogativo posto pubblicamente dall’interno avrebbe potuto dare far riflettere. Ho la netta sensazione che, quando tutto sarà finito e rifletteremo su questo momento storico, la giornata di ieri sarà ricordata come una definita linea di demarcazione nella storia del giornalismo italiano.

Concludendo, dunque. Il giornalismo nella mia visione, forse utopica, è anche responsabilità civile. Aspetto che sembrava essere rimasto almeno in parte immune dall’involuzione del settore italiano. Almeno fino a qualche ora fa. Per questo ieri sera è morto.

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Matteo Calautti
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Libero professionista nell'ambito della comunicazione, nonché "minor" di pallacanestro. Appassionato di sport in ogni sua forma e colore. Esterofilo e curioso osservatore di politica e attualità. Fondatore di Liguria a Spicchi, portale dedicato alla pallacanestro ligure, nonché responsabile della comunicazione del Comitato Regionale Ligure di Basket. Ricopre il ruolo di social media manager, addetto stampa e content creator di società sportive e attività commerciali. È autore e conduttore di Liguria a Spicchi TV e lavora per Dilettantissimo, trasmissioni televisive rispettivamente di pallacanestro e calcio, entrambe su Telenord. Ha collaborato con varie testate tra le quali Londra Italia, East Journal e Io Gioco Pulito. Trainer nazionale del CISV, associazione globale di volontariato di cui è follemente innamorato. Arbitro di calcio, allenamento alternativo per leadership e decision making.